Ibiza: non Solo Rave e Nudisti- il vino di Can Rich

Oggi, post Misto Mare.

Capita di essere una donna in preda al panico da lavoro sbagliato, in un caldo afoso e costante di un ufficio cui sa di non essere mai appartenuta ma per il quale ancora non ha trovato il tempo per pensare di mollarlo sul serio, che per la fretta e la voglia di scappare, scopra che il volo per Ibiza abbia dei prezzi ridicoli e degli orari comodissimi, negli unici giorni di vacanza che per questo fine luglio si disponga.

Ibiza? Sarà un covo di tamarri!

Però dicono che il mare sia bellissimo, e poi c’è sempre quel che rimane degli hippy dell’epoca.

E poi in fondo, non li si vuole ammettere ma una piccola dose di tamarria, nella giusta misura (un residuo da PAS DOSé NATURE insomma), fa bene a tutti, soprattutto a chi ab-usa di cervellotici pensieri. Evviva la spontanea, colorata e bellissima NATURE un po’ grezza che, nella giusta dose ripeto, ci fa fortunatamente assomigliare più al mondo animale che a quello intellettuale.

Compro? Compra!

Qualche giorno successivo, dopo sfuriate e minacce da parte del capo appena rientrato da oltre 3 settimane di vacanza, dubbi e ansie spariscono:

Ibiza sarà bellissima.

E così è stato.

Appena si tocca terra, la prima sensazione è libertà e leggerezza. E cosa c’è di più bello che sentire di poter fare quel che si vuole? Vedere gente che vive e sta bene senza andare ostinatamente contro se stessi fa apparire ancora più ridicolo tutto il mondo che ci si lascia alle spalle.  Stare su di un’isola carica di energia e vitalità e cercare cos’ha da offrire questa terra rossa a contatto con il mare e la gente diversa che la frequenta da anni, se non millenni, questo sì che ha senso. Tra una caletta e l’altra, un mare che più che mare è una piscina, sempre bello e sempre diverso, capitiamo non per caso davanti alla tenuta Can Rich, vitivinicola biologica in attività dal 1997 (come sono giovani, visto da una piemontese) nella zona di Sant Antoni de Portmany- rifuggire la città se non si è pronti ai deturpamenti di inglesi ubriachi and co.

L’azienda, portata avanti da due sorelle sui 40anni, ci appare grande coi suoi 17 ettari di colture tipiche – Monastrell e Malvasia- e gradevolmente famigliare anche se sull’accoglienza a mio parere ci sarebbe da lavorare un po’.

Le visite sono dalle 11 alle 14, stop, poi tutti a casa, si chiudono baracca e burattini e levatevi dal tavolo perché abbiamo altro da fare. Insomma. L’azienda si ispira alla tradizione dei primi fenici che si installarono sull’isola portando con sé la loro tradizione della coltivazione della vite: sarà per quello che in Libano, oltre ai grandi vini che non ho ancora avuto l’onore di assaggiare, esiste quella speciale salsa ajoli che spopola in tutti gli aperitivi di Ibiza?

Nonostante questo, ci si adatta, la degustazione costa 10 euro e la mescitrice è piuttosto simpatica, anche se non c’è alcun approfondimento: ti servono il bicchiere e spariscono, vanno a cercare altro e alle domande più semplici le risposte sono un po’ confuse. Va beh, approfondiremo da casa.

I due vini che più mi hanno ispirato sono naturalmente i monovitigni di quel che sono gli autoctoni dell’isola: Malvasia e Monastrell:
BES

 

BES: Dio dell’Amore per gli Antichi Egizi, è 100% Monastrell.

Ho appuntato qualche piccola nota degustativa sul mio taccuino di viaggio giusto per non dimenticarmelo.

Molto cenerino e delicato, è un’albicocca secca, grano dorato e paste secche, con un finale di alghe essiccate al naso. Interessante!

In bocca si presenta invece non troppo persistente, armonico con una punta di ossidato che gli dà un tono intrigante, ottimo negli aperitivi.

 

 

Malvasia blan de blancs

BLANC DE BLANCS, 100% Malvasia,

il metodo classico che avrei voluto mettere in valigia se solo non ci fossero stati 40 gradi all’ombra.

Anche qui il mio taccuino ha fatto da memorandum, un ottimo vino da malvasia coltivata nella zona delle Saline, che sa di tamarindo e chinotto, sidro e cedrata… insomma ma quante cose si sentono quando si sta in pace con se stessi?

Un pas dosé extra brut, un secco con bollicine non super persistenti ma sempre scivolose e di gradevole compagnia.

 

 

 

E gli altri vini?  Sempre interessanti con un grande margine di miglioramento a mio modesto avviso, in un mix di cultura tra la Spagna e la Francia (caratteristica che si ritrova anche in altre abitudini culinarie del luogo- i croissant ad esempio sono buoni!). Sul mercato si trovano facilmente vini del 2010 a poco prezzo, invecchiati in barrique, dai 14 gradi in su, spesso in tagli francesi di gusto internazional-popolare: Merlot e Cabernet Sauvignon, con il Tempranillo di base. Non manca poi il Vermouth per il quale gli spagnoli escono pazzi, e las hierbas, infuso liquoroso dorato e “grasso” stile Genepy (ma più buono), da servire con ghiaccio per arrivare a digerire anche la cena più agliosa della settimana.

Alla Piedmont Lady è già venuta voglia di tornare.